In scena a Roma Gabriele Lavia in Pirandello fra solitudine esistenziale e società delle apparenze

Pubblicato il da Valeex

Era il lontano 2 marzo 1920 quando Tutto per bene di Pirandello, commedia in tre atti tratta dall’omonima novella del 1906, fu rappresentata per la prima volta al Teatro Quirino di Roma dalla compagnia di Ruggero Ruggeri. Oggi tale commedia, rivive di luce propria, grazie all’istrionico e capace Gabriele Lavia, attore, regista e doppiatore italiano, il quale, con la sua compagnia ha portato a termine la dura ma soddisfacente prova di riportare in teatro la commedia, ancora oggi decisamente attuale. Dal 16 al 27 gennaio Tutto per Bene, diretta e interpretata da Gabriele Lavia, reduce dal grande successo di pubblico della passata stagione in tutta la tournée nazionale, è tornata a Roma, presso la splendida cornice del Teatro Argentina di Roma, registrando ancora il tutto esaurito.

Ebbene sì, l’Italia in quanto ad arte, non delude (quasi) mai, soprattutto quando ha l’enorme fortuna di ereditare un testo pieno di sfaccettature come quello del nostro Pirandello, intelligente e lungimirante intellettuale del ‘900. La commedia rappresentata, mostra la metamorfosi di un uomo solo, Martino Lori (interpretato da Gabriele Lavia) che vive con estremo dolore l’assenza della moglie, e che ogni giorno, per colmare tale sofferenza, si reca in cimitero a trovare ciò che di lei rimane, la sua tomba. Attorno a lui, la vita sociale continua, e i membri della sua cerchia, come sua figlia Palma o l’amico senatore, sembrano disprezzarlo e ignorarlo completamente. Il primo atto ci illustra così la solitudine esistenziale di un uomo inetto, che con enorme desolazione si rifugia nel ricordo della moglie per non vivere la vita che gli resta. Nel secondo atto però, ecco giungere la notizia inaspettata che mostra le contraddizioni a cui la vita di ogni giorno è abituata; eh si perché è il caso a dettare legge nel mondo pirandelliano, quello in cui il relativismo conoscitivo ha portato a non credere più a nessuna certezza ma bensì a mille opinioni. Tornando a noi, ecco sopraggiungere la notizia che scatenerà le successive azioni: Palma che da sempre era a conoscenza che non di Martino era figlia, ma dell’amico senatore, era anche convinta che lui sapesse tutto e quindi stanca della commedia del finto padre, gli chiede di smetterla e di vivere fuori dalle apparenze; mai notizia poteva creare più sgomento e Martino Lori, distrutto dalla consapevolezza di non essere più nulla, crolla in un pianto disperato. Non era a conoscenza di niente il povero Lori, il quale pian piano, inizia a comprendere perché tutti nel corso della sua vita, l’hanno disprezzato e trattato senza rispetto: lo credevano così miserabile da recarsi ogni giorno per diciannove anni alla tomba della moglie morta, solo per salvare le apparenze. “Ma che essere vile sono io dunque stato per voi?” Tutte le sue certezze crollano inesorabilmente: Palma, sua figlia adorata, non è in realtà sua e Silvia, sua moglie, “gli muore adesso, uccisa dal suo tradimento”. Le maschere di padre e marito sono svelate e ad un tratto Martino Lori non è più nulla, trasformandosi a pieno titolo nell’uno, nessuno centomila Pirandelliano. “Noi non siamo altro che parte indistinta nell’universo”. Anche la figlia Palma rimane sconvolta dallo sgomento del finto padre e dalla sincerità e onestà che adesso dimostra; ora il miserabile non è più Martino Lori ma il senatore Salvo Manfroni che ha, non solo tradito l’amico e sedotto la moglie, ma si è anche appropriato degli appunti del padre di Silvia, noto scienziato, pubblicandoli in uno studio a suo nome. Alla fine dei conti il più onesto era lui, Martino Lori, considerato da tutti il più miserabile e disprezzabile degli uomini: “Io ho potuto essere un imbecille, finché ho creduto a cose sante e pure, all'onestà! all'amicizia! Ora no, più”.

La commedia deve finire, o almeno così vorrebbe in un primo momento il protagonista, che nel pieno della sua folle disperazione vuole vendicarsi del suo antagonista Manfroni, che ha rovinato la memoria di sua moglie e annullato l’affetto per la figlia, così nel terzo atto Martino Lori si reca a casa del senatore. Arriva qui il momento più importante dell’intera commedia: Lori, scontrandosi con Salvo, vuole che al chiarimento siano presenti anche Palma e il marito. Quando Palma arriva, il protagonista le comunica che il senatore, rivelandole di essere sua figlia, le ha mentito; Palma, assieme al marito, finiscono per credere a ciò che Martino dice, e cambiano immediatamente atteggiamento nei suoi riguardi. Martino però confessa subito la sua bugia, dimostrando così il relativismo di tale momento: “Vedi? vedi? È spaventoso! Basta sapere una cosa e cangia, cangia subito tutto! Io ero così, come te, fino a poche ore fa! Mi credevo tuo padre; e tu mi disprezzavi, perché sapevi di non essere mia figlia! Ora invece che tu cominci a credermi tuo padre, e ti volti a me cangiata, io non posso, non posso raccoglierti fra le braccia, perché so, so che non sei mia figlia, e che sto facendo la commedia davanti a lui, davanti a tuo marito e a te!

Le varie vendette che Lori va escogitando si rivelano però tutte inutili. Dal crollo delle illusioni si salva soltanto un sentimento, l’amore di una donna: “L’unica cosa viva e vera, ch’io m’abbia avuto, dopo il delitto. Tutto il resto è stato inganno”. Ora Palma gli può mostrare il sincero affetto che prova nei suoi confronti, la vera dedizione di una figlia, pur non essendolo, che porta tutto al suo posto. L’unica salvezza rimasta è dunque riprendere consapevolmente la commedia recitata e fare “tutto per bene”, secondo i dettami di una società che vive secondo le apparenze, gente per bene che tocca le cose “con i guanti gialli”, come, infatti, Pirandello intitolò la versione siciliana.

Chi ha capito il giuoco, non riesce più a ingannarsi; ma chi non riesce più a ingannarsi non può più prendere né gusto né piacere alla vita. Così è”.

Grandi applausi quindi per Gabriele Lavia e l’intera compagnia per la rappresentazione di un dramma eterno, quello della presa di coscienza delle apparenze che scandiscono la nostra intera esistenza. Noti di merito vanno inoltre affidate alla scenografia di Alessandro Camera, che insieme al gioco di luci di Giovanni Santolamazza ci regalano uno splendido spettacolo. Da non dimenticare poi il sottofondo musicale quasi onnipresente, realizzato da Giordano Corapi e i luccicanti costumi d’epoca, in particolare quelli di Lucia Lavia interprete di Palma, creati da Andrea Viotti.

Gabriele e Lucia Lavia in scena al Teatro Argentina

Gabriele e Lucia Lavia in scena al Teatro Argentina

Mio articolo per il settimanale L'ItaloAmericano

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