E' Stato la Mafia: Travaglio e la trattativa tra Stato e Cosa Nostra

Pubblicato il da Valentina Calabrese

Chissà che cosa avrebbe da dire Niccolò Macchiavelli dopo l’esaustiva e dettagliata ricostruzione di Marco Travaglio a proposito della trattativa tra Stato e Mafia, iniziata nel periodo delle stragi del ’92, ’93.

Perché qui il confine tra corruzione e ragione di Stato giunge davvero al suo limite, anche se, per essere precisi, troppo spesso è stato oltrepassato a favore del primo.

Questa è la riflessione oggettiva che si estrapola da E’ Stato la Mafia, spettacolo teatrale, diretto da Stefania De Santis e scritto e interpretato dal giornalista Marco Travaglio, in scena a Roma presso la Sala Umberto. Tre ore di inchieste, intervallate dalle letture dei grandi uomini del passato come Pasolini, Gaber, Pertini, Calamandrei, affidate a Isabella Ferrari. Undici date (dal 24 al 6 ottobre) per raccontare la storia della trattativa fra Stato e Cosa Nostra, avviata nel 1992 e proseguita fino ad oggi; una trattativa che ha trasformato la storia politica italiana.

Che cos'è questa inchiesta? Per chi non lo sapesse, l’Italia, terreno fertile per le associazioni criminali di stampo mafioso, ha visto, non di rado, delle sotto-alleanze tra Stato e Cosa nostra. Una trattativa iniziata vent’anni fa e che ancora oggi si cerca di insabbiare, nonostante le confessioni e le polemiche incandescenti che fino a questi giorni, portano il Qurinale in tribunale.

Tutto ha inizio il 12 marzo del 1992 quando la Mafia ordina di uccidere, Salvo Lima, il potentissimo proconsole di Giulio Andreotti in Sicilia. La sua morte è il primo avvertimento da parte dei mafiosi allo Stato, perché quest’ultimo aveva tentato di mettergli i bastoni tra le ruote, condannando all’ergastolo più di 400 persone per reati legati alla criminalità organizzata.

Dopo Lima, gli obiettivi della Mafia sono parecchi, l’onorevole Calogero Mannino in primis, poi Carlo Vizzini, ministro delle Poste, il ministro della Giustizia Claudio Martelli, il ministro della Difesa Salvo Andò e, dulcis in fundo, Giulio Andreotti. Lo spaventato Mannino, allora, per salvarsi la pelle, si accorda con il generale Antonio Subranni, capo del ROS dei Carabinieri (Raggruppamento operativo speciale), e con il capo della polizia Parisi per "aprire" un contatto con Cosa Nostra d arrivare ad un accordo.

La Mafia, in tutta risposta, decide di far sentire ancora più alta la sua voce, ma questa volta, non colpendo i politici (che avevano già dato segno di avvicinamento), ma quello che era (a ragione) considerato il reale ostacolo alla corruzione della giustizia: il 23 maggio del 1992 fa saltare in aria il giudice Giovanni Falcone a Capaci.

Dopo questa storica strage che scosse l’intero mondo, i carabinier del ROS, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, contattano l'ex sindaco Vito Ciancimino per cercare di arrivare a Totò Riina, il Capo dei Capi. Dietro ai carabinieri, che negli anni mentiranno, dicendo che agirono di loro iniziativa, vi erano tre persone (almeno) il ministro della Giustizia Claudio Martelli, il direttore degli Affari Penali Liliana Ferraro, sostituta di Falcone, e il presidente della Commissione parlamentare antimafia Luciano Violante. Da sottolineare che questi tre “uomini dello Stato” hanno mentito per 17 anni dicendo che non sapevano nulla di tali fatti. Tre anni fa però, il figlio di Vito Ciacimino ha confessato dei rapporti indicativi tra loro e suo padre.

Tornando al passato, nel frattempo, tra i corridoi del Palazzo, inizia a spargersi la voce della richiesta di trattativa da parte dello Stato alla Mafia. L’unico che mostra la sua totale avversione è Paolo Borsellino, infatti, il 19 luglio del 1992, mentre va a trovare sua madre a Palermo in Via D’Amelio, scoppia un’autobomba che causa la seconda storica strage di Cosa Nostra. Ecco allora che Totò Riina trova un po’ di tempo libero per stendere il suo "papello" con le complete e ingorde richieste di Cosa Nostra, tutte volte a facilitare la vita dei criminali. Anche Riina però ha le ore contate e a gennaio del 1993, viene catturato dai carabinieri del ROS i quali, però, inspiegabilmente “si dimenticano” di perquisire il suo covo. Più tardi verranno assolti perché “il fatto non costituisce reato”.

Nel frattempo il nuovo premier Giuliano Amato, nomina Nicola Mancino ministro degli Interni, ben più corruttibile del precedente, il quale lascerà libero per molto tempo il nuovo Capo dei Capi in carica, il corleonese Bernardo Provenzano. Ma non solo, Mancino & co. sono stati i maggiori responsabili della carcerazione per vent’anni di un falso colpevole della strage di via D’Amelio. Il povero prigioniero era stato messo dentro al posto di Gaspare Spatuzza il sicario di Cosa Nostra, il quale, pentitosi nel 2008, ha confessato le sue colpe. Ad ogni modo, nonostante queste manovre indicative, la Mafia non abbassa il tiro e tenta un attentato, fallito, al giornalista Maurizio Costanzo a Roma, e poi una bomba in via dei Georgofili a Firenze, per mano di Spatuzza, causando 5 morti e 48 feriti.

Sotto la mano di Oscar Luigi Scalfaro iniziano allora a vedersi le prime grandi mosse: vengono improvvisamente sostituiti tutti i vertici del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Nel 1993, dopo le bombe, 441 mafiosi rinchiusi al 41 bis vengono trasferiti in regime di "normalità" carceraria.

La Mafia inizia a placarsi, e pian piano s’insinua nello Stato grazie al sostegno di Marcello Dell’Utri, vecchio amico di Bernardo Provenzano, dirigente di Publitalia ’80, presidente di Fininvest e fondatore, insieme a Silvio Berlusconi, di Forza Italia.

La pace fra Stato e mafia è raggiunta. Ha trovato nuovi referenti in Dell’Utri e Berlusconi.

Ancora oggi però, lo Stato nega di avere avuto rapporti e men che meno alleanze con Cosa Nostra; probabilmente i colpevoli non verranno mai puniti come meriterebbero e questo avviene perché dall’alto, i potenti dello Stato, li proteggono. Come è venuto fuori dall’ultima intercettazione telefonica tra Mancino e Loris D’Ambrosio, consigliere dell’attuale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, oggi chiamato in aula a Palermo dal pm Nino De Matteo.

Una cosa è certa: non ci sono dubbi sull'esistenza della trattativa, infatti, come si legge nella prima pagina della sentenza con cui il collegio giudicante di Firenze, nel marzo 2012 aveva condannato una quindicina di boss per la strage di via dei Georgofili:

Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L'iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia”.

E allora di cosa si tratta? Di Ragion di Stato o corruzione politica? Questo è dunque il dilemma amorale che ancora oggi tormenta il popolo italiano.

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